Post in evidenza

Mobbing nel comparto economico del lusso

Il caso di mobbing di cui parliamo oggi è durato a lungo e maturato nel comparto economico del lusso, risolvendosi comunque poi positivamente. Come noto siamo sempre obiettivi, e potenzialmente critici nei confronti dei sindacati. Io stesso ho vissuto – ad esempio – con il mio licenziamento nel 2005 la mancanza assoluta di aiuto da parte di loro rappresentanti. In questo caso però – non diremo quale sigla – hanno avuto un ruolo decisivo in modo positivo.

La persona di cui parliamo oggi, Dario – nome fittizio – è un impiegato con funzioni di responsabilità. Lavora nel nord Italia nel comparto delle produzioni di lusso e dirige un settore tecnico. Lavora per un marchio particolarmente noto, e coordina alcuni collaboratori, con funzioni di operai. È soddisfatto della propria attività, e l’unica particolarità della sua piccola struttura è che uno dei suoi collaboratori ha un rapporto di amicizia personale – probabilmente pregresso – con il suo capo.

Non ci sarebbe nulla di male o di strano, se non fosse che poco dopo si verifica un cambiamento repentino di atteggiamento proprio del suo responsabile. La stagnazione economica sta colpendo tutti, e si fa sentire anche nel settore economico dell’azienda per cui lavora Dario. Ovvio quindi che sia necessario aumentare la produttività e ridurre le eventuali inefficienze economiche e nelle produzioni. Se non che, il capo di Dario, oltre a volere fare un assessment – come si dice tecnicamente – delle attività del settore, sembra voler sostituire lo stesso Dario.

Una situazione di cui tutti sembrano consapevoli più dello stesso Dario, che si trova sempre più isolato, privo di informazioni sulla propria sorte lavorativa, e delegittimato di fronte ai propri collaboratori. Il suo responsabile, mentre nega rischi immediati per la sua posizione lavorativa, si informa in modo minuzioso sulle sue attività, e persino su orari, routine e abitudini sul lavoro. Il ruolo di Dario formalmente non è in discussione. In realtà al lavoratore sembra che il capo stia programmando di annullarlo, e di sostituire in tutto: non solo nel suo ruolo professionale, ma come persona, con una sorta di alter ego.

Una situazione tipica, per quanto paradossale. In cui si vorrebbe negare al lavoratore non solo il suo ruolo attuale, ma arrivare a fingere – con l’azienda e i dipendenti – che tale ruolo non sia esistito. E sia stato invece falsamente ricoperto da un altro lavoratore. Spesso pure più lavoratori, che una volta completata l’azione di mobbing e estromesso il lavoratore, lo sostituiranno realmente. Questa è la peggiore delle delegittimazioni e il peggiore degli attacchi psicologici: si vorrebbe negare al dipendente non solo il suo futuro lavorativo, ma paradossalmente pure il suo presente e il suo passato.

Annullarlo come professionista e come persona. Davanti all’azienda, ai colleghi e persino ai suoi stessi occhi. Cercando di portarlo a dubitare di sé stesso, e di aggravare le difficoltà psicologiche derivanti già dall’attacco e delegittimazione prolungati. Questo è ciò che accade a Dario, in un periodo prolungato almeno per due anni. Fortunatamente Dario ha la forza e gli strumenti intellettuali e caratteriali per non cadere in tale trappola psicologica. Reagisce e metacomunica sulla propria situazione aziendale e sul comportamento del suo capo.

Ne parla con lui, gli chiede ripetutamente spiegazioni, sottolinea il modo paradossale e incongruo in cui, mentre non gli dichiara formalmente di volerlo sostituire, afferma e legittima una tale ipotesi ai colleghi e collaboratori dello stesso Dario. Che solo dopo parecchio tempo costringe il capo ad ammettere in qualche modo che proprio il ruolo di Dario potrebbe essere ad un punto critico.

Anche perché, afferma il responsabile, nel caso in cui Dario mancasse per una malattia o un infortunio improvviso, ciò potrebbe creare seri danni all’attività del settore che sta coordinando, e all’azienda. Il capo insiste ripetutamente su tale ipotesi, e con l’aiuto dello stesso Dario ovviamente, studia un modo per garantire tutte le attività del settore tecnico, gestite da Dario e dai suoi collaboratori. Una ipotesi poco realistica, che per il capo sembra drammatica, urgente, e più imminente di quanto sia realmente probabile.

Inoltre continua l’assesment del settore di Dario, la minuziosa analisi e verifica delle attività sue e dei collaboratori, e l’atteggiamento di considerare probabile la necessità di sostituire chiunque in qualsiasi momento. Ciò altera ovviamente gli equilibri interni al gruppo. E fa vivere realmente – professionalmente e psicologicamente – a tutte i lavoratori del settore tecnico la tipica affermazione di un certo modo di fare management, per la quale “nessuno è indispensabile e chiunque è sostituibile”.

Si crea quindi per mesi una situazione di conflitto e di diffidenza reciproca. E il team del settore, anziché essere più coeso e unito del solito, per raggiungere gli obiettivi di lavoro in un momento economicamente delicato, si divide. Originando un conflitto del tutti contro tutti, in cui ciascuno è in cerca della propria salvezza lavorativa, e vede gli altri come nemici / concorrenti.

Un conflitto che sembrerebbe avere ragioni solamente emotive, e che però poco dopo si rivela frutto di una strategia del capo. Confermando tutte le paure di Dario e dei suoi collaboratori. Il responsabile conferma che il suo obiettivo è ridurre l’organico. E ovviamente la persona sua amica è la sola che deve essere sicuramente salvata. Con un organico già limitato, appare ovvio che a farne le spese dovrà essere qualcun altro. Gli altri possono indifferentemente essere sacrificabili. E per agevolare l’operazione di riduzione mirata dell’organico, facendo arrivare la decisione dall’alto, come dicevamo utile e inevitabile delegittimare proprio Dario.

Che da mesi è già delegittimato agli occhi dei suoi collaboratori, soprattutto della persona “intoccabile”, che ha un rapporto di amicizia personale con il responsabile superiore. Mentre gli altri, sapendo pure di rischiare il posto di lavoro, si osteggiano e si ostacolano come possono. E non si fidano di nessuno, in primis del loro capo diretto, Dario, che ormai sembra appunto non avere più potere decisionale. Anzi, Dario è ormai considerato come uno dei possibili tagli. Una uscita pure auspicabile per i suoi collaboratori, che sperano così di conservare il proprio posto di lavoro.

Solo dopo, quando la situazione grazie allo stesso Dario si risolverà per il meglio, si capirà che la volontà di ristrutturare il settore tecnico non era dei vertici aziendali, e che non c’era alcuna crisi in atto. Era solo una idea del capo di Dario. Voleva infatti fare “bella figura” davanti al management, in una situazione di globale di rallentamento economico, che però non era tale da giustificare un presunto efficientamento di un settore delicato come quello tecnico, per di più già con un organico limitato. E ovviamente non sarebbe stato possibile giustificare, anche in azienda, la sostituzione di un responsabile esperto come Dario.

Per ambizioni di carriera – e probabilmente pure per agevolare la carriera della persona a lui amica – il capo aveva quindi scelto lo strumento delle pressioni psicologiche, del mobbing e della delegittimazione ai danni di Dario, e in vario modo dei suoi collaboratori.
Lo dimostra pure il fatto che durante tutto il periodo che consideriamo, – parliamo di almeno due anni – non solo l’organico aziendale non era stato ridotto, anzi era progressivamente aumentato. E per due anni successivi il trend di assunzioni era stato perfettamente allineato agli anni precedenti.

Quello che sembrava un caso tipico di aziende inefficienti o in situazioni di crisi o ristrutturazioni, si è quindi svelato un caso di ambizioni personali e, possiamo dirlo in modo comune, di “raccomandazioni interne”. Un caso che si è risolto positivamente. Dario si è fatto aiutare dai sindacati e alla fine è stato invece proprio l’amico personale del responsabile ad essere spostato in un altro settore. Mentre gli altri collaboratori sono rimasti nel settore tecnico, e Dario a dirigerlo.

Scriveteci e mandateci le vostre storie di mobbing. Le valuteremo e le pubblicheremo com l’aiuto dei nostri consulenti legali. Vi invitiamo inoltre a firmare la petizione sulla piattaforma Change.org, per arrivare ad avere finalmente in Italia una Legge che preveda misure contro il mobbing, sanzioni ai mobber, e misure di sostegno per i lavoratori e le loro famiglie.

Paolo Centofanti, direttore Fede e Ragione, direttore Srm – Science and Religion in media.

Post in evidenza

Le vostre storie di mobbing, questa settimana.

Come anticipato, dopo le settimane natalizie ricominciamo a pubblicare le storie di mobbing, inviateci da chi vuole raccontare la propria storia, attuale o trascorsa. Ad oggi ci sono arrivati già circa venti racconti, venti storie di mobbing e di sofferenze e di speranze. E in alcuni casi di vittorie umane e legali già raggiunte.

Storie che sto leggendo personalmente, chiedendo quando possibile gli eventuali documenti legali connessi. E valutando con i miei legali ogni caso, per capire come sia più opportuno, per voi e per noi, pubblicarle. Valutazioni necessarie, per evitare problemi di natura legale – e in alcuni casi altri tipi di ritorsioni aziendali – a chi vuole raccontarsi. Per difendersi e per far sapere cosa è purtroppo realmente il mobbing.

Valutazioni che ovviamente richiedono tempo e attenzione. Posso solo accennarvi che in questi anni vi sono stati pure casi di persone che si sono raccontati direttamente, o si sono lasciati intervistare dai media, senza particolari cautele. C’è chi non ha avuto particolari conseguenze. C’è però pure chi è stato per tali ragioni licenziato, o persino rilicenziato, dall’azienda o dall’ente pubblico per cui lavorava.

Non ci stancheremo mai di ripeterlo: il mobbing si può e si deve combattere: sia individualmente, sia come collettività. Deve però essere affrontato con calma, giuste speranze, competenze – legali, psicologi, medici, etc. – precisione e determinazione. Senza che il proprio desiderio di giustizie possa sembrare una forma di protagonismo. E senza fare errori legali o comunicativi, che potrebbero essere subito dopo sfruttati dai mobber … .

Paolo Centofanti, direttore SRM – Science and Religion in Media, direttore Fede e Ragione.

Post in evidenza

Subire mobbing, combatterlo, vincerlo

Il titolo più corretto sarebbe stato in realtà “non subire” mobbing.

Perché questa è una vicenda – scritta in modo a dir poco sintetico – che potrebbe appartenere a chiunque. E che anzi speriamo – pure come augurio in vista del nuovo anno 2020 – che sia simile per molti lavoratori, in questi prossimi mesi e anni. Perché parliamo di una persona che ha subito per un periodo gli attacchi duri e continui dei mobber. Però si è ribellato / ribellata, affrontando difficoltà anche legali, e ha vinto.

“Ho subito mobbing – scrive la persona che ci ha contattato – dal 1993 al 1998, in una fabbrica del nord Italia. L’esperienza umana e professionale è stata dura”, continua il lavoratore. Il quale però ha deciso di reagire e difendersi, depositando un ricorso. Dopo tante sofferenza e difficoltà, ci racconta “fortunatamente per me ho vinto, e ho avuto la più grande soddisfazione”.

L’augurio è appunto che, come lui/lei, molti altri abbiano il coraggio, la forza e gli strumenti per affrontare in giudizio in modo adeguato il proprio mobbing e i propri mobber. Buon 2020 a tutti.

Storie di mobbing

Per dare visibilità e peso alla lotta per una Legge anti mobbing, oltre alla Petizione su Change.org abbiamo deciso di creare questo sito web: Storie di mobbing.

Il sito, attivo da oggi sabato 19 ottobre 2019, raccoglierà tutte le storie di chi vorrà e potrà raccontare il mobbing – e in molti casi anche lo stalking – di cui è vittima. Storie differenti per situazioni, aziende, persone coinvolte, che stanno arrivando da qualche giorno. Vicende che saranno ovviamente depurate, prima di pubblicarle, di tutti gli elementi che possono costituire un problema o un rischio, dal punto di vista legale, per chi ce le racconterà.

Oppure più semplicemente perché la persona che ci racconta la propria storia di mobbing, preferisce non apparire, e non essere identificabile. Oltre a questo sito, Storie di mobbing, abbiamo creato anche su Facebook una pagina omonima, a cui è reciprocamente collegato, e con cui interagirà.